Che tempo farà

Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, che ha interrogato alla bisogna 53 economisti di tutto il mondo, la recessione terminerà nel mese di Settembre, anche se la maggioranza degli intervistati ritiene che fino alla seconda metà del 2010 la ripresa dell’economia non sarà sufficiente a ridurre la disoccupazione.

Questi economisti prevedono una contrazione della produzione nel primo e secondo trimestre di quest’anno rispettivamente del 5 e del 1,8 per cento e un ritorno alla crescita – un modesto 0,4% – a partire dal terzo trimestre. “La fine del calo non è l’inizio della ripresa” sostiene però David Resler, economista della Nomura, “E’ come un match di box. Anche se vinci il combattimento non scenderai dal ring nelle stesse condizioni di quando ci sei salito”.

Le prospettive del mercato del lavoro invece rimangono deprimenti. Più di un terzo degli economisti prevede che la disoccupazione raggiungerà il suo picco nella prima metà del 2010, con altri 2,6 milioni di posti di lavoro persi nei prossimi 12 mesi. “La ripresa economica non determina un automatico recupero dell’occupazione,” dice Joseph Lavorgna della Deutsche Bank, che stima sia necessaria una crescita annua del 4% nei prossimi 6 anni per veder tornare il tasso di disoccupazione ai livelli del 2007.

A dispetto delle cattive notizie per l’occupazione i 53 economisti vedono rosa e segnali di speranza in alcuni fattori economici: la ricostituzione delle scorte di magazzino, la produzione necessaria comunque a sostenere la residua domanda di beni, gli effetti delle politiche monetarie e fiscali messe in atto dai governi, i programmi di stimolo del Tesoro americano e dalla Fed.

A quanto pare basta poco ai nostri economisti, nessuno dei quali aveva previsto la crisi, per consolarsi. Tuttavia questa volta, non si sa mai, mettono le mani avanti, come i metereologhi che prevedono la possibilità di sereno, variabile e qualche pioggia allo stesso tempo. Infatti, secondo loro, permangono due grandissimi rischi che potrebbero fermare la ripresa, entrambi relativi al mercato del credito: la possibilità del fallimento di qualche grande istituzione finanziaria e la persistente riluttanza dei consumatori a spendere ed a investire. Quisquilie, pinzellacchere, direbbe Totò.

Ma lasciamo questi economisti e le relative previsioni al loro destino e al vaglio della Storia e veniamo ai dati nudi e crudi divulgati dall’OCSE il 10 aprile e relativi al mese di Febbraio. La recessione si è approfondita nelle maggiori sette economie mondiali secondo l’OCSE e i pochi timidi segnali positivi non dovrebbero essere enfatizzati. Il quadro per tutti i Paesi rimane debole con gli indici della produzione, in Stati Uniti, Canada, Giappone e maggiori economie non-OCSE in particolare, che si sono ulteriormente deteriorati nell’ultimo mese.

Stiamo dunque attenti e non diamo ascolto al canto delle sirene di quanti parlano di crisi finita, scambiando i propri desideri per realtà. A volte quelle che sembrano notizie rassicuranti poi rivelano spesso prospettive deprimenti. E come abbiamo già visto in un altro post, anche nel periodo della Grande Depressione ci sono stati riprese e rimbalzi, anche di alcuni mesi durante una discesa lunghissima e inarrestabile.

ParapaPonziPonzipò

La crisi finanziaria ci ha mostrato come tutto il sistema si fondasse su una gigantesca catena di Sant’Antonio o, come lo chiamano negli Stati Uniti, schema Ponzi. Quello che da a pensare è che anche tutte le ricette per risolvere la crisi sembrano basarsi sullo stesso principio.

La valanga di titoli tossici emessi in una catena di cartolarizzazioni senza fine per scaricare sempre su qualcun altro il rischio del credito alimentato da un folle uso della leva finanziaria rimane il problema che non fa dormire il nuovo Segretario del Tesoro Timothy Geithner se è vero che non passa giorno che non si apprenda di più di un particolare del suo piano o che non vengano montati e rismontati pezzi della favoleggiata Bad Bank, diventata ormai come l’Araba Fenice.

L’ultima notizia ce la fornisce il Wall Street Journal secondo cui Geithner starebbe pensando non già più ad una bad bank bensì ad una “Aggregator Bank” finanziata non solo dal settore pubblico ma anche da istituzioni private che acquisterebbero i famigerati mortgage-backed securities ed altri asset tossici e che, secondo il quotidiano economico, potrebbero in seguito anche guadagnarci se quei titoli incrementassero (?) il loro valore.

The so-called “aggregator bank” would be seeded with some money from the $700 billion financial-sector bailout fund, but most of the financing would come from the private sector. Private firms would purchase mortgage-backed securities and other troubled assets and could reap the benefits if those assets eventually rise in value. The idea is not yet certain to be included in the final plan, but appears to be a leading solution to a central problem: how does the government rid the financial system of its toxic assets.

L’uovo di Colombo. E perchè non cartolizzare anche quei prodotti tossici? La storia della monnezza di Napoli ci ha insegnato che anche la spazzatura può diventare un affare. Pile senza fine di titoli tossici stoccati in milioni di ecoballe in attesa di finire in un termovalorizzatore e magari spazzatura riciclata dall’industria finanziaria sulle nostre tavole come facevano con i formaggi scaduti. Si può fare, no?