La finanza creativa di Tremonti scip

Quella che il ministro Tremonti nel 2002 definì “la più grande cartolarizzazione immobiliare fatta da uno Stato europeo” è ingloriosamente finita con un buco di un miliardo e 700 milioni che sarà pagato dall’INPS e da altri enti previdenziali. Ma intanto c’è chi sull’operazione ha guadagnato parecchio. A parte gli inquilini eccellenti che sono riusciti a mettere le mani su appartamenti di gran pregio a prezzi talvolta scontatissimi, i veri miracolati vanno cercati tra le banche.

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Le vacche di Silvio

La macchina propagandistica del governo spara ogni giorno bordate di provvedimenti, raffiche di miliardi di euro che sembrerebbero trasformare l’Italia in un cantiere aperto. Qualcuno ha provato a tenerne il conto e il quadro che ne esce ricorda la vecchia storiella delle vacche di Mussolini spostate di stalla in stalla.

La realtà è che, nonostante i proclami, di investimenti veri, di stimoli economici immediati e idonei a combattere la recessione non c’è quasi nulla e, tra i tanti record negativi, ora abbiamo anche quello, tra i paesi del G20, di destinare alle misure anti-crisi, ultimi davanti alla Turchia, solo lo 0,2% del Pil.

Così, tra uno spot e l’altro, l’Italia affonda, mentre il duo Bermonti continua a suonare.

Nazionalizzare o non nazionalizzare, non è questo il problema

Forse tra qualche settimana il dibattito, ancora molto acceso, sulla nazionalizzazione delle banche americane potrebbe essere archiviato come un reperto archeologico. Mentre economisti, politici e autorevoli firme dei quotidiani economici, di quà e di là dell’Atlantico, discutono della forma, nessuno di loro si preoccupa della sostanza, e cioè che se non c’è un immediato intervento pubblico, nelle prossime settimane, prima Citigroup e poi, a ruota, Bank of America e anche JP Morgan potrebbero esalare il loro ultimo respiro.

At Wednesday’s close, the junior subordinated debt of Citigroup (for example debt underlying the Citigroup XV 6.5 per cent Enhanced Trust Preferred Securities) yielded 27.6 per cent, and similar securities at many other large US banks yield high double digit amounts.

Altro che bond Argentini! Per quale ragione con tali rendimenti sul debito un depositante di una di quelle banche non dovrebbe preoccuparsi e ritirare i suoi risparmi spostandoli in una banca più sicura, mentre aspetta che esca l’ultimissimo piano del governo? Se altri clienti seguissero l’esempio, in breve, il panico dilagherebbe e porterebbe al collasso Citigroup e le altre maggiori banche.

Immaginate la reazione a catena che si innescherebbe sui mercati di tutto il mondo. Chiamatelo pure catastrofismo, ma è già successo e vedere tanti continuare a sottovalutare questa crisi e i suoi effetti non mi tranquillizza affatto, anzi. Quando ascoltate Tremonti e Berlusconi rassicuranti promettere che i risparmiatori italiani non perderanno nemmeno un euro, ricordate sempre che avevano fatto la stessa promessa, con le stesse parole, agli azionisti e obbligazionisti di Alitalia!

L’Argentina è vicina

Che il governo cominci a rendersi conto che c’è veramente una crisi? Ha cominciato Berlusconi a prenderne coscienza una decina di giorni fa, facendo qualche mezza ammissione ma continuando a sprizzare ottimismo da tutti i pori ancora oggi, quando, tra l’altro, ha bocciato di nuovo la proposta di Franceschini di dare un sussidio di disoccupazione a coloro che non hanno il paracadute della cassa integrazione con l’incredibile motivazione che la sua introduzione sarebbe un incentivo ai licenziamenti e al lavoro nero!!!

Mentre per lo meno il nostro premier non consiglia più di comprare azioni Eni, Enel e Mediaset il suo ministro Tremonti parla di un 2009 più difficile del 2008 ed è costretto ad ammettere che l’Italia ha visto una contrazione del credito maggiore che negli altri paesi europei. Una crisi iniziata nel 2007, ha detto, ma peggiorata da Settembre dello scorso anno.

Dunque 2009 “annus horribilis”? Ma scherziamo? La stampa esagera sempre. Non c’è da preoccuparsi, i Tremonti Bond metteranno tutto a posto. Secondo il ministro ci sarebbe la fila per quei 12 miliardi dati al tasso usurario dell’8,5% ma che le banche finora si sono guardate bene dal chiedere. Chissà se Tremonti non finirà anche lui segnalato da Bloomberg, insieme a Brunetta, come ministro dell’Argentina.

Banche stressate

Chi mi segue dall’inizio dell’anno, da quando cioè ho ripreso le pubblicazioni, sa come la penso sulla nazionalizzazione delle banche, sulla patrimonializzazione di quelle italiane e sui cosiddetti Tremonti Bond, riguardo ai quali mi chiedevo se avremmo visto presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose.

A iniziare dal tasso di remunerazione di questi titoli assimilabili alle obbligazioni subordinate: dal 7,5 all’8,5%, almeno il doppio di quello offerto nelle emissioni di obbligazioni subordinate di questi ultimi mesi. Il decreto prevede inoltre che qualora le banche non rimborsassero i bond entro quattro anni, i tassi salgano progressivamente ogni anno. Un meccanismo equivalente a quello dei prestiti usurari. Perchè mai le “solide” banche italiane dovrebbero dunque ricorrervi, pagando un conto così salato?

Perchè in realtà non sono affatto solide e, come abbiamo già visto, il valore del loro attivo andrebbe abbattuto di una percentuale compresa tra il 60 e l’80 per cento. Sono con l’acqua alla gola e i Tremonti Bond servirebbero solo a tappare momentaneamente le falle e a tirare avanti ancora qualche mese. A dirlo non è solo un economista dilettante come il sottoscritto ma anche Alessandro Penati, Professore ordinario di scienze economiche alla Cattolica di Milano, che si è posto la mia stessa domanda. Nella sua risposta ci spiega che i Tremonti bond non servono a niente e che occorrerebbero almeno 130 miliardi di euro per salvare le banche italiane:

[…] La caduta dei prezzi di immobili e azioni, e l’ aspettativa delle sofferenze che la recessione causerà, ha ridotto le stime di mercato del valore dell’ attivo delle banche, assottigliandone e, in molti casi, azzerandone il capitale. Ecco perché il crollo dei titoli bancari. Per assorbire le perdite, attuali e prevedibili, e ricostruire il patrimonio delle banche non ci sono capitali privati sufficienti. Che piaccia o no, le risorse devono essere pubbliche.[…]

Ho provato a sottoporre le nostre quattro maggiori banche (Popolare, Intesa, Unicredit, Mps) a un mio stress test. La recessione è già ora la più grave degli ultimi 30 anni: a fine 2008, il Pil italiano era sceso cumulativamente (-2,9%) più che nel 1993 (-1,9%), nel 1983 e nel 2001. Ho pertanto ipotizzato che le sofferenze lorde crescano almeno ai livelli del 1994, e che il loro valore sia il 40% del nominale. Ho dimezzato il valore dell’ avviamento in bilancio: è il premio che le banche hanno pagato per le acquisizioni e fusioni degli anni scorsi, fatte a prezzi da bolla. E ho ridotto del 15% la sola componente azionaria dei titoli in portafoglio al 30/9 (metà della discesa della Borsa); del 35% i titoli di capitale non negoziabili, e del 10% la posizione in derivati. Le condizioni sono meno severe di quelle usate negli Usa: ma le potenziali perdite possono spazzar via tra il 72% e l’ 87% del patrimonio (post aumento per Unicredit) delle maggiori banche italiane. Per assorbire eventualmente queste perdite e riportare il loro patrimonio al 8% delle attività rischiose servirebbero 130 miliardi. Dunque, ha ragione la Borsa. E i Tremonti bond sono inutili. I capitali previsti appaiono insufficienti. E sono ulteriori debiti che le banche si accollano (pagandoli salati), quando il problema è invece di costringerle a fare pulizia e assorbirne le perdite.

Spot e realtà

Berlusconi e Tremonti continuano a sostenere che “noi ne usciremo meglio degli altri paesi”. Intanto l’Italia festeggia 24 mesi consecutivi di contrazione nelle vendite al dettaglio.


Anche la fiducia delle imprese non sembra molto sù.


Almeno speriamo che al prossimo vertice europeo sia pronto il piano di salvataggio promesso da Angela Merkel per i paesi europei in difficoltà, visto che lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani è salito a 161 punti base, il più alto degli ultimi 12 anni. Se qualcuno dei miei lettori non lo sa, quello spread è indice di solvibilità di un paese: più è alto, più il mercato lo considera a rischio di bancarotta. Ormai siamo alla Grecia.

Banche, croce e delizia dei governi

Mentre il guru Tremonti ad Anno Zero ci spiega che la crisi è stata creata dai mezzi di informazione ma che comunque è quasi una benedizione divina e il governo non fa niente e lo sta facendo pure bene, negli Stati Uniti Barack Obama ha affrontato di petto la situazione attraverso alcuni audaci provvedimenti e riforme che rappresentano la più grande redistribuzione di reddito dai ricchi alla classe media e povera del paese mai avvenuta almeno negli ultimi quarant’anni.

Dove il presidente americano appare invece timido è nei confronti delle banche, tanto da attirarsi le critiche di un suo sostenitore eccellente, il Premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman che, nel suo blog sul New York Times on-line riprende una domanda rivolta a Geithner, Segretario del Tesoro ed ex direttore della Fed di New York, da Simon Johnson, altro economista americano:

How long can you say, “we are being bold” when in fact you are not?
Quanto a lungo potrai dire, “Dobbiamo essere coraggiosi” quando in realtà tu stesso non lo sei?

Ci sono molte cose che piacciono a Krugman nella strada intrapresa da Obama: l’assistenza sanitaria, la trasparenza del governo, la fine della guerra in Iraq. Anche il pacchetto di stimolo va bene, sebbene non sia sufficiente. Ma sul salvataggio delle banche, in molti di noi – dice Krugman – sta crescendo un senso di disperazione.

Obama e Geithner dicono delle cose giuste:

If you underestimate the problem; if you do too little, too late; if you don’t move aggressively enough; if you are not open and honest in trying to assess the true cost of this; then you will face a deeper, long lasting crisis.
Se sottovaluti il problema; se fai troppo poco, troppo tardi; se non ti muovi abbastanza aggressivamente; se non sei aperto ed onesto nel provare a valutare il reale costo di questo; allora dovrai fare fronte a una più profonda crisi di lunga durata.

Ma quello che stanno realmente facendo – nota Krugman – è proprio sottovalutare il problema, fare poco e troppo tardi, senza essere aperti ed onesti nel provare a valutare il reale costo. Il piano attuale sembra sia quello di conservare le banche in uno stato di coma semi-vegetativo garantendo implicitamente le loro obbligazioni e dribblando sulle necessità finanziarie, mentre si proclama che sono adeguatamente capitalizzate e si spera che le cose cambino da sole. Siamo di nuovo al Giappone, osserva amaramente Krugman, facendo riferimento al cosiddetto “decennio perduto”, la terribile crisi recessiva che negli anni ’90 colpì – e da cui non si è mai ripreso – il paese del Sol levante. Il risultato sarà probabilmente una crisi più profonda e di più lunga durata, conclude l’autorevole economista.

Le analogie con la situazione delle banche in Italia sono molte benchè si continui a favoleggiare di una presunta maggiore solidità del nostro sistema bancario. In realtà sappiamo che i nostri principali gruppi bancari sono i meno patrimonializzati del continente e del mondo e che il crollo incombente di alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’est coinvolgerebbe fino al collo i nostri primi due big: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda invece il Monte Paschi Siena vi rimando a Marco Sarli che oggi scrive nel suo blog a proposito dell’operazione Antonveneta:

…. l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale….

Il mio nome è Bond, Tremonti Bond

Come ci spiega Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore è improprio chiamarli bond o obbligazioni in quanto non sono titoli di debito ma strumenti ibridi più assimilabili alle azioni e in quanto tali sono titoli rischiosi nel caso la banca che li ha emessi dovesse andare in rosso. Nè è giusto chiamarli Tremonti Bond perchè non sono un’invenzione di Tremonti ma sono strumenti finanziari usati in altri paesi d’Europa, così come negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda.

Comunque sia il ministro dell’Economia ha firmato oggi il decreto che dà il via libera alla sottoscrizione, da parte del Tesoro, di questi titoli emessi dalle banche italiane. Come contropartita, le banche pagheranno una cedola annuale compresa tra il 7,5 e l’8,5% per i primi anni, per poi crescere gradualmente e si impegneranno a favorire il credito alle imprese, soprattutto piccole e medie, e alle famiglie.

Il Tesoro richiede alle banche impegni specifici, articolati in 5 punti, che saranno oggetto di attento monitoraggio, promette il Ministero, sul modello applicato con successo in Francia:

a) il contributo finanziario per rafforzare la dotazione del fondo di garanzia per le Pmi;
b) l’aumento delle risorse da mettere a disposizione per il credito alle piccole e medie imprese;
c) per i lavoratori in cassa integrazione o percettori di sussidio di disoccupazione, la sospensione del pagamento della rata di mutuo per almeno 12 mesi;
d) la promozione di accordi per anticipare le risorse necessarie alle imprese per il pagamento della cassa integrazione;
e) l’adozione di un codice etico.

Ora finalmente non c’è che da aspettare questo strumento alla prova dei fatti. Vedremo presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose? E, nel caso, servirà realmente ad accrescere le opportunità di finanziamento all’economia?

Rassegna stampa

Il liberista Tremonti si accoda al liberista Greenspan, anzi rincara la dose e addirittura afferma che la nazionalizzazione delle banche americane andava fatta molto tempo prima. Comincio davvero a dubitare che la nazionalizzazione sia una buona soluzione, visto anche che il ministro dice sempre cose geniali ma non ne indovina mai una giusta.

I Giapponesi non vogliono essere da meno e il ministro delle Finanze Kaoru Yosano propone addirittura un intervento diretto del governo per comprare azioni in Borsa e tentare così di arginare la caduta delle quotazioni. Si avvererà così l’antica profezia che dopo le nazionalizzazioni tutti gli azionisti verranno spazzati via?

Bernanke invece fa l’oroscopo alla recessione e ci dice che la ripresa ci sarà nel 2010 se il pacchetto di stimolo di Obama avrà effetto. Non conosco l’ammontare dello stipendio del Presidente della Fed ma sicuramente sarà pagato profumatamente per esprimere opinioni così acute ed illuminanti.

Barack Obama invece entro il 2012 vuole dimezzare il debito pubblico. Come farà non l’ha detto ma stante che molti economisti prevedono che per uscire dalla recessione gli Stati Uniti hanno bisogno di risorse pari al doppio se non al triplo del suo debito pubblico spero non abbia in mente di abolire il dollaro e stampare una nuova moneta scambiata ad un decimo del valore dell’attuale banconota verde. I cinesi s’incazzerebbero.

Concludo questa breve rassegna stampa con Berlusconi che, come il presidente iraniano Ahmadinejad, vuole il nucleare. Avremo gli osservatori dell’Onu anche in Italia?

Nazionalizzazioni in corso

Si sta concretizzando quella che da settimane sembra l’unica via d’uscita per salvare le banche americane sull’orlo del fallimento e di cui ho già parlato in diversi post (vedi etichetta nazionalizzazione). A fare da cavia Citigroup. Ieri il Wall Street Journal ha scritto che lo Stato americano potrebbe arrivare a detenere una partecipazione del 40% nel colosso bancario.

“E’ possibile che le trattative falliscano”, scrive il Wsj, “ma il Governo potrebbe trovarsi in mano fino al 40% delle azioni ordinarie di Citigroup. I dirigenti della banca sperano che la quota della quale si approprierà lo Stato sia attorno al 25%”. Secondo l’autorevole giornale lo Stato potrebbe trasformare gran parte delle azioni preferred, senza diritto di voto, in azioni ordinarie.

Il Wall Street Journal ha precisato che al momento le discussioni stanno avvenendo tra i responsabili della Fed e le altre autorità di regolamentazione. In un secondo momento il progetto sarà poi presentato all’amministrazione del presidente Barack Obama.

Ora però non vorrei che si guardasse alla nazionalizzazione come la panacea di tutti i mali, anche perchè il problema è sempre il tempo: si rischia di arrivare tardi e male. Inoltre la crisi è diventata prima di tutto una profonda crisi di fiducia dei consumatori e l’intervento sulle banche è condizione necessaria ma non sufficiente per il recupero dell’economia.

Anche le incertezze e le lungaggini dell’amministrazione Obama, le anticipazioni e i continui cambi di rotta che hanno reso vago e indefinito il piano di salvataggio delle banche del suo Segretario del Tesoro, Tim Geithner, contribuiscono più a diffondere sfiducia che a tranquillizzare i mercati. E dimostrano come e quanto i destinatari di quelle misure, i banchieri, premano attraverso agganci influenti nell’amministrazione per far fallire ogni ipotesi che li veda pagare il giusto prezzo.

Se gli Stati Uniti piangono, l’Europa non ride. A Berlino è stato fatto un passo avanti. I grandi d’Europa hanno deciso un’iniziativa comune della Ue per imporre al prossimo vertice G20 di Londra riforme strutturali, norme rigorose sulla vigilanza degli hedge funds e di ogni istituto e prodotto finanziario, disposizioni vincolanti alle banche di costituire in tempi di prosperità riserve per la crisi, e una lotta senza quartiere all’evasione tributaria nei paradisi fiscali.

Ma, come al solito, rimangono dichiarazioni d’intenti che rischiano di essere annacquate e svuotate al G20 e comunque non affrontano il cuore del problema, rimandando ancora una volta un piano ed un’azione incisivi, urgenti e comuni dell’UE con cui andrebbe affrontata la crisi. L’unico a proporre qualcosa di concreto il primo ministro inglese, Gordon Brown, che ha parlato di un fondo supplementare di 500 miliardi e di un piano preciso che punti, tra l’altro, sull’economia ‘verde’, ecologica, contro la crisi.

In una crisi la scelta non è agire o non agire, perchè alla fine si verrà costretti a prendere comunque dei provvedimenti e prima si prenderanno e minore sarà il prezzo pagato dai singoli e maggiori le possibilità di una forte ripresa. Invece gli egoismi rischiano, come abbiamo visto, di far saltare le economie dei paesi dell’est trascinando nel fallimento le maggiori banche europee fortemente esposte verso quei paesi.

Ed ha un bel dire il nostro premier che l’Italia sta meglio degli altri e il nostro sistema bancario è sano. Il suo è solo un esercizio esorcistico e propagandistico ad uso domestico. In realtà, in uno dei suoi attacchi di incontinenza verbale, è incorso in un lapsus freudiano parlando di nazionalizzazioni, anche se ha smentito immediatamente che si riferisse all’Italia.

Il suo ministro dell’economia gli avrà invece spiegato benissimo che se l’Europa lascia fallire le economie dei paesi dell’Est anche i nostri due maggiori gruppi bancari, Unicredit ed Intesa Sanpaolo, subirebbero perdite per miliardi di euro, rendendo ineluttabile la loro nazionalizzazione. Proprio quello che, cinicamente, fa al caso, per realizzare il suo progetto di potere.